Lo spazio come luogo di lavoro normale?

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Nei giorni scorsi ho avuto l’opportunità di ascoltare l’intervento del Generale Vittori, un astronauta con 3 missioni nello spazio. Ha raccontato alcune cose di sé, ma soprattutto ci ha fatto riflettere sul ruolo che lo spazio potrebbe avere, per tutti noi, in futuro. Tra tutte, forse la cosa che mi ha colpita di più è il fatto che, secondo lui, nel futuro (e neanche troppo lontano) lo spazio potrebbe diventare un luogo di lavoro normale.

E’ un’affermazione certamente forte, soprattutto mentre sulle nostre teste il Comandante Astronauta Luca Parmitano passeggia nello spazio. Ed è una cosa che tutti noi, almeno in questo momento, consideriamo eccezionale. Oggi per noi umani lo spazio rappresenta una fortissima evoluzione della tecnologia, nuove operation a livelli complessi, ma anche crescita dell’economia con l’arrivo dei privati che avrà un impatto determinante. Ma soprattutto lo spazio rappresenta il futuro del nostro pianeta.

Perché? Perché due risorse per noi fondamentali come l’acqua e l’atmosfera stanno finendo e, per forza di cose, dobbiamo andare a cercare nuove fonti al di fuori della terra.

Vivremo sulla Luna o su Marte? La NASA e molti scienziati italiani, tra cui la Professoressa Veronica Bindi (anche lei testimone all’evento) stanno già lavorando alla ricerca dei materiali migliori che possano proteggere l’uomo della radiazioni. La professoressa Bindi, in particolare, ha presentato alcuni esempi di moduli molto simili agli Igloo all’interno dei quali è possibile immaginare una vita nello spazio.

Ma il mestiere di astronauta sarà la normalità? Il Generale ha raccontato che, per quanto ci si possa allenare ore e ore in piscina, a terra, nelle apparecchiature ad hoc, nulla equivale all’esperienza diretta di stare nello spazio: quei 9 minuti necessari per arrivare nello spazio sono, a detta sua, qualcosa di veloce, di cui forse neanche ci si accorge, almeno fino al momento in cui tutti i motori si spengono, si sganciano e c’è un silenzio surreale al di fuori dell’atmosfera terrestre. Quando si entra nell’ISS, poi, ci si deve abituare a fluttuare senza peso. Nello spazio il grande problema è dormire e lui, ha spiegato, si aggancia tra due contenitori di acqua per sentire pressione.

E’ una situazione che richiede apprendimento costante, occorre elaborare immediatamente la disconnessione tra quello che si vede e quello che si sente, perché vista e udito non sono sincronizzate. E’ quasi come ritornare all’infanzia, quando si deve imparare tutto da zero.

Visto in questo modo il lavoro dell’astronauta non sembra proprio una cosa normale e lo spazio non si potrebbe definire un ambiente non proprio comodo. Ma c’è una cosa fondamentale, nella corsa verso lo spazio e in generale nella vita lavorativa di ciascuno di noi: la creatività unita all’innovazione. Un binomio che ha portato imprenditori come Elon Musk o Richard Branson al centro del dibattito perché sono stati capaci di creare nuovi soluzioni tecnologiche o nuovi modi di lavorare. La ricerca di nuove soluzioni ha sempre più spesso anche fini commerciali.

Quale sarà il primo insediamento umano? Probabilmente una stazione di rifornimento di metano o idrogeno, perché portarlo dalla Luna costerà meno che portarlo dall’Australia verso gli Stati Uniti.

Da manager di Banca d’affari a Insegnante di matematica, voi lo fareste?

Settimana scorsa per motivi personali ho avuto la possibilità di conoscere due professionisti le cui storie mi hanno abbastanza colpito.

Uno ha lavorato per Morgan Stanley e oggi insegna matematica ai bambini delle medie, e l’altro ha fatto il pediatra e il ricercatore per 22 anni e ora insegna scienze.
Due storie diverse, due profili con competenze che aziende blasonate e non, vorrebbero a bordo , eppure loro hanno scelto altro. E non hanno fatto scelte comuni come quella di aprire  un B&B o diventare chef o darsi al coaching e alla consulenza che va tanto di moda, ma hanno scelto di entrare nella scuola ed insegnare.
Chiaramente la mia prima domanda è stata , è se lo avessero fatto in Italia ? sarebbe stato possibile ? ma soprattutto sarebbe stato accettato socialmente ? perché la percezione che noi abbiamo del nostro sistema scolastico è di vecchio, mal pagato , un lavoro di ripiego , e chi lo fa non è quasi mai portatore sano di innovazione.
Basta pensare all’utilizzo dell’informatica. Da noi i programmi ministeriali prevedono che i bambini a 9 anni sappiano usare word, quando loro oramai utilizzano meglio di noi PC e tecnologia varia e nessuno si pone la domanda se va bene per il loro futuro.
Il maestro di matematica e quello di scienze ci hanno invece detto che secondo loro i libri di testo sono vecchi, non riescono a stare al passo con le innovazioni e preferiscono creare il programma con quello che di volta in volta serve alla classe. Come una azienda si adatta all’evoluzione del mercato, loro adattano il contenuto delle loro lezioni.
Altra riflessione che mi è sorta è legata al cambio di percorso professionale in età anagrafiche diverse. L’uno con circa 10 anni di esperienza alle spalle , ha comunque deciso che insegnare poteva essere piu soddisfacente che restare nel mondo delle banche d’affari, l’altro si è messo in pensione anticipata per poter avere altri 20 anni di età lavorativa soddisfacente. Entrambi hanno trovato una azienda che ha permesso loro di farlo. con i titoli giusti e la preparazione necessaria ça vas sans dire.
Mi sono posta la domanda , quante aziende in Italia assumerebbero un professionista con una esperienza completamente diversa e gli darebbero la possibilità di cimentarsi in un mondo nuovo ( premesso che sia capace di farlo)? probabilmente poche , ma forse le persone disposte a fare uno switch cosi netto non credo ce ne sarebbero tante. Ma magari mi sbaglio e abbiamo in pancia un sacco di mancati insegnanti che oggi fanno tutt’altro ma che in fondo ritornerebbero a scuola a restituire un pò del mondo vissuto
Confesso che sono uscita affascinata dall’incontro e soprattutto con una voglia pazzesca di tornare sui banchi. C’era energia, passione e molta concretezza nelle loro parole , si vedeva che arrivano dal mondo “reale” , dove si sa  cosa vuol dire confrontarsi con gli altri, affrontare sfide e problematiche.
E ammetto anche che ho molto rivalutato la scelta di un fantastico ingegnere meccanico , che da giovane lavorava con le motociclette ,che avrebbe potuto fare quello che voleva in azienda ma che un giorno ha scelto di dedicarsi alla scuola ed ora insegna ai ragazzi di un ITIS a Nord di Milano.
Forse questa potrebbe essere una soluzione per fare reskilling di risorse preziose che il mercato intorno ai 50 anni tende a mettere ai margini e per i ragazzi di accelerare il loro processo di avvicinamento al mondo esterno.
uscire dalla zona di confort

Le tradizioni e il 19 settembre 😇 #newlifeinusa

Ho sempre avuto un occhio alle tradizioni forse perché, essendo emigrata da Napoli e dal sud ormai tanti anni fa, le tradizioni – soprattutto quelle culinarie – mi fanno restare agganciata al passato e alle storie. Il cibo 😋per noi italiani è un argomento assolutamente intoccabile. E siamo talmente fissati che gli stranieri hanno paura di cucinare italiano, perché tanto non andrebbe bene. Una mia amica americana cucina Pakistano pur di tenersi lontana mille miglia dal nostro modo di cucinare 😂. Io non so cucinare, ma adoro mangiare e capire le storie che ci sono dietro ai piatti 🍝

In USA 🇺🇲 la festa di San Gennaro è super sentita, in particolar modo a New York dove addirittura c’è una settimana di festeggiamenti in onore del santo. Tutto, naturalmente, all’insegna del cibo💥

E noi, da buoni emigranti 🇮🇹 nella terra della speranza☘️, ci siamo portati dietro un quadro di San Gennaro della bravissima Rosaria Roxy Bosso meglio nota come Roxy in the Box che ora fa bella figura di sé negli USA .

In questi giorni, nella mia testa continuava a frullare una domanda: è possibile che non associo nessun cibo a San Gennaro😕 Ma nessuno nessuno Facendo qualche ricerca, ho scoperto che esistono i biscotti di San Gennaro 🍪🍪 che sembra venissero fatti dalle suore dell’ospedale di San Gennaro in onore del Santo per darlo agli ammalati. Dolci morbidi per chi non aveva i denti con dentro la marmellata per rappresentare il Vesuvio e l’eruzione che fu fermata dalla statua del santo.

A Napoli 🌋 una pasticceria storica sembra abbia ripreso a farli. Io leggendo sul web ho trovato una ricetta per apprendisti stregoni/casalinghe disperate e ho provato a cimentarmi! In attesa che si compia il famoso miracolo, il 19 settembre. Un miracolo che non è vero, non ci credo…ma non si può mai sape’‼️
#otygoestophilly🐕 #changelife #storiediordinariafollia #nuovipuntidivistasan gennaro

Mamma voglio tornare in Italia #newlifeinUSA

prima o poi doveva succedere, e ieri è successo. Usciti dal 4 giorno di scuola effettivo è scoppiata la bomba💥.
Perché spostare un bambino in giro per il mondo, a meno che non abbia fatto prima scuole internazionali, comporta un salto triplo carpiato in avanti.
Cambia la lingua 1️⃣, cambiano i compagni 2️⃣ ma soprattutto i programmi.
E ieri ci siamo imbattuti nella costruzione di un atomo 👨‍🔬, nei protoni, neutroni ed elettroni come se fossero cose normali per un bambino della 5 elementare, con l’aggiunta della lingua inglese !!!
Ecco, neanche io mi ricordavo, peggio se poi i compiti sono in inglese..per cui Santo Subito Google Traslate che ci da una mano , abbiamo provato a mettere insieme i famosi “homework”.📘📗📕
Per non parlare dei fantastici Locker..tutti abbiamo visto i film americani con questi bellissimi armadietti dove dentro ci tieni il mondo 🌎. Ecco primo giorno di scuola 🏣viene dato il Locker che si apre come una cassaforte, un giro a destra , una sinistra, e una destra e TACCC…clamorosamente non si apre…e ci vuole la chiave, una banalissima chiave…Tutti i ragazzini di qui si ricordano come un incubo l’apertura dei Locker…neanche fosse una interrogazione di scienze sugli atomi 😂😂😂

Deborah Cannon/American-Statesman Students at Hudson Bend Middle School crowd up to their lockers before classes start for the new school year on Monday, August 18, 2003.

Un millenial speciale: Gregorio Paltrinieri

Ieri sera ho ascoltato un millenial speciale: Gregorio Paltrinieri , pluricampione Italiano di nuoto a un evento del CFMT – Centro di Formazione Management del Terziario e mi hanno colpito 4 sue affermazioni:

1) Per fare una cosa bene ci vuole tanta passione

2) Sono il tipo più curioso che conosco, ho voglia di imparare sempre

3) Mi piace far fatica e devo dare tutto me stesso per sentirmi appagato

4) Buttarsi in acqua alle 7 è uno strazio, ma lo faccio perchè quando gareggio mi sento vivo.

Classe 1994. Indipendentemente dall’età che hai se vuoi riuscire devi avere passione, voglia di apprendere, fare fatica e farlo perchè hai un obiettivo.

2016 Rio Olympics - Swimming - Victory Ceremony - Men's 1500m Freestyle Victory Ceremony - Olympic Aquatics Stadium - Rio de Janeiro, Brazil - 13/08/2016. Gold medallist Gregorio Paltrinieri (ITA) of Italy poses with his medal.     REUTERS/Dominic Ebenbichler  FOR EDITORIAL USE ONLY. NOT FOR SALE FOR MARKETING OR ADVERTISING CAMPAIGNS.
2016 Rio Olympics – Swimming – Victory Ceremony – Men’s 1500m Freestyle Victory Ceremony – Olympic Aquatics Stadium – Rio de Janeiro, Brazil – 13/08/2016. Gold medallist Gregorio Paltrinieri (ITA) of Italy poses with his medal. REUTERS/Dominic Ebenbichler FOR EDITORIAL USE ONLY. NOT FOR SALE FOR MARKETING OR ADVERTISING CAMPAIGNS.

 

Referendum per dichiarare disciplina olimpica il km lanciato in aeroporto

Ebbene sì, ho deciso di lanciare e sostenere un referendum per trasformare quell’attività che coinvolge migliaia di lavoratori ogni settimana.
Atleti di altissimo livello che spesso, per lavoro, sono costretti a fare lo stesso tragitto diretti verso mete straniere.
Si riconoscono subito: abito scuro perché deve reggere almeno 14 ore, tacco basso – massimo 5 cm – per le donne e sguardo cattivo che si guarda intorno con fare famelico. E sono quelli che si siedono sempre allo stesso posto del treno, all’andata e al ritorno. Sono sempre avanti e conoscono i tempi a memoria: sanno quando scendere e conoscono le stazioni intermedie solo dal rumore dell’ apertura porte.

Sono quelli con la testa bassa sul telefono, musica nelle orecchie e dita veloci nel tentativo di smaltire il lavoro prima di partire. Sono quelli che al rientro in Italia si riconoscono perché in aereo sono nelle prime file, con bagagliaio a mano e leggero. Sono quelli che non si fanno intenerire dalle vecchiette, veri caterpillar mascherati da simpatiche nonnine, che pur di passare per prime ti menano colpi bassi. Sono i primi davanti alla porta del bus che secondo accurati calcoli sarà esattamente di fronte alla porta degli arrivi. Perché secondo la radice quadrata di 123456789 l’autobus si fermerà esattamente li.

Quelli come me che vanno in paesi extra UE hanno anche la sorpresa del controllo a sorpresa. Quello meglio conosciuto come controllo carogna, con due soli metaldetector per 200 passeggeri, che se passi per ultimo vedi la luce quando ormai Malpensa chiude i battenti, quando ormai è rimasto solo un inserviente che con fare sconsolato ti guarda come per dire “ancora qui stai?” 
Sono dei triatleti, davvero:
  • Presa del taxi o della metro all’ultimo minuto utile, per dormire 10 minuti in più;
  • Salita sul treno nei 30 secondi prima della chiusura delle porte;
  • Salita o discesa dall’aereo nel minimo accettabile senza mandare all’ospedale nessun compagno di viaggio, senza rompere la valigia o le scarpe e riuscendo ad arrivare ai controlli con un sorriso e un buongiorno.
Sono quelli che con estrema soddisfazione dicono che il  tempo di commuting casa-ufficio è di 4 ore 58 minuti e 37 secondi. E sono migliorati di 10 minuti!!!

Mail-etiquette: quanto è importante?

Quante volte vi è capitato di ricevere una mail e, giusto tre secondi dopo averla letta, le vostre sensazioni sono state nell’ordine: «Adesso esco e lo prendo a schiaffi!». «Cosa gli ho fatto di male?». «Che problema ha questo con il mondo?». Purtroppo, è sempre più frequente ricevere mail assolutamente discutibili, per contenuto e forma. Spesso si dimentica che – sebbene siano diventate uno strumento di comunicazione veloce e pop – sono nate per sostituire le lettere. Ma soprattutto ci si dimentica che la velocità di scambio non significa assenza di regole.

La prima, molto semplice: iniziare con «Buongiorno/Buonasera». A maggior ragione se con il destinatario non si ha un rapporto di amicizia o di conoscenza approfondita. Quando entrate in un negozio, in un bar o in un ufficio non salutate? Ecco, è esattamente la stessa cosa. I tempi e i modi verbali, poi, meritano un capitolo a parte. La lingua italiana è bellissima perché piena di sfumature. Ma molti se ne dimenticano e, come accade in un dialogo a voce, optano per forme quasi imperative: fai, dici, scrivi, metti. Con un impatto, per chi legge, durissimo.

E in questo discorso si inserisce anche il tema della scelta dei toni. Una scelta a cui tutti dobbiamo porre la massima attenzione, per le comunicazioni verso l’interno e verso l’esterno. Sbagliare il tono significa mandare un messaggio errato; mandare un messaggio errato può creare grossi problemi e può far perdere credibilità. Ci avete mai pensato? Grazie e per piacere sono termini aboliti dai nostri vocabolari? No, giusto? Siamo tutti d’accordo? Benissimo! Usiamoli, a voce e anche nelle mail. Ormai tutto viene dato per scontato: il fornitore, poiché viene pagato, deve lavorare come un mulo; il dipendente, anche lui pagato, deve essere sempre disponibile. Aggiungere un “grazie” o un «per favore» può davvero fare la differenza e cambiare radicalmente il modo in cui una richiesta, magari particolare o complicata, viene accolta.

La lunghezza dei testi, infine, è un aspetto da non sottovalutare. Mail da 50mila battute, senza capo nè coda. Quelle che ti costringono a rileggere almeno tre volte per capire il senso. Una telefonata, in questi casi, no? No, ovviamente. Perché verba volant e scripta manent. E allora, se la parola scritta ha un peso così significativo perché non porre attenzione a quello che si scrive e a come si scrive?

Vi faccio due esempi. Il primo: il capo che ha poco tempo e deve chiedere al collaboratore di svolgere un determinato compito. Manda una mail con una sola parola: il nome del documento tipo «albachiara.doc». E il collaboratore cosa può pensare? Vorrà il testo della canzone di Vasco, probabilmente… Il secondo, il capo entra, dice «entro tre ore mi serve questo» e se ne va. Mi è capitato che un mio ex capo mi chiedesse, naturalmente in una mail di neanche due righe, di preparare il budget con una proiezione dei cinque anni successivi. Avevo tre ore di tempo. Non avevo, però, indicazioni aggiuntive. Nessuna spiegazione. Nessun perché. Risultato? Ho fatto il piano, nel modo migliore possibile. Peccato fosse inutile e non concertato.

Io credo, al di là delle singole situazioni che possono magari anche strappare un sorriso, che stiamo facendo un po’ di confusione sull’uso dei vari mezzi – che oggi sono davvero tanti – di comunicazione. Ci sono gli strumenti meno formali (pensiamo a WhatsApp o a Messanger, ad esempio) che, grazie agli emoji, permettono di mandare messaggi che difficilmente possono essere interpretati in modo sbagliato. Se in una conversazione informale scriviamo “NO” e aggiungiamo il pollice verso, non succede nulla di grave. Ma se a farlo è, invece, un capo, un cliente o un collega, attraverso una mail, forse il risultato non è proprio lo stesso.

* L’articolo originale è stato pubblicato da www.ilsole24ore.com qui

Arrivano i Millennials: e il capo deve trasformarsi in formatore

I Millennials e le altre generazioni che si stanno affacciando ora sul mercato del lavoro hanno imposto un cambio significativo al ruolo del capo. Se in passato la percezione del capo era data dall’autorità e dal ruolo che ricopriva, con l’avvento dei Millennials questo concetto è stato messo completamente in discussione. Direi quasi sradicato completamente. Il rispetto dell’autorità, per questi nuovi lavoratori, passa prima di tutto dal rispetto umano e dalla stima professionale. E in particolare quest’ultima è fortemente legata ad un altro concetto che i Millennials reputano fondamentale: la capacità di formare e far crescere le proprie risorse attraverso percorsi formativi ben definiti, programmati e condivisi. Una condizione indispensabile per entrare in azienda, ma soprattutto per restarci. Nella classifica dei valori ricercati dai Millennials vengono citati sempre, ai primi posti, la possibilità di avere una visione di medio periodo e il fabbisogno formativo.

Cosa è successo, quindi, nelle aziende? Semplice, una corsa folle verso le creazione di corsi – e percorsi – di formazione: dai più banali (la sicurezza, il codice etico) a quelli più legati alle posizioni ricoperte (digital, social media, comunicazione, marketing, sales…). E poi milioni e milioni di ore di corsi di lingua inglese. Un numero talmente alto di lezioni che, a questo punto, dovremmo essere un paese bilingue. Tramite fondi professionali, tramite formatori esterni o grazie a manager già presenti in azienda, quasi tutti si sono attrezzati per fornire alle nuove leve quanto possibile in termini di competenze ed esperienze. Peccato che, in tutta questa ansia da formazione, molti si siano poi dimenticati di formare i capi a gestire queste nuove generazioni. Un problema non banale visto che, una volta usciti dall’aula, la formazione dovrebbe proseguire tutti i giorni negli uffici. E il formatore, in teoria, dovrebbe essere il manager o la figura «più senior» del team.

Eppure – e questo è un aspetto che riscontro davvero spessissimo quando faccio consulenza e coaching nelle aziende – si ritiene che più si invecchia professionalmente, meno ci sia bisogno di training. Un errore enorme, visto e considerato che chi gestisce team di persone necessiterebbe di formazione continua su numerosissimi aspetti: dall’uso della tecnologia per facilitare il lavoro all’affrontare i conflitti, dal motivare le persone agli aspetti più pratici legati al business. Si dice che ogni capo che non insegna è destinato ad essere sostituito perché non è in grado di soddisfare le esigenze di due suoi collaboratori, indipendentemente da quanto in alto si trovino nella gerarchia aziendale.

Pensiamo, giusto per citare un esempio molto attuale, al tema della cyber security: quanti Ceo sono realmente preparati su questo argomento? Quanti Ceo hanno messo piede in un’aula per capirne di più? Pochi, almeno finché il problema non diventa reale ed impellente. E quando il problema sarà reale ed impellente, forse i danni saranno già di enorme portata. Credo che tutti, a qualunque livello si trovino, debbano dedicare tempo all’apprendimento. Ma sono ancora più convinta che. con l’aumentare delle responsabilità in azienda, il ruolo della formazione diventi sempre più cruciale. Un manager impreparato non può guidare con successo il proprio team. E un team che sa di non poter imparare dal proprio manager non può lavorare bene. Con un risultato molto semplice: una sconfitta, da qualunque parte la si guardi.

 

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«Life skills», l’abilità preziosa di interagire con gli altri

Le chiamiamo abilità trasversali, competenze soft ed anche «life skills». Questa molteplicità di espressioni evidenzia come si tratti di concetti sfuggenti e capacità accessorie rispetto alle conoscenze tecniche. In realtà le aziende di ogni settore, tipologia e dimensione risentono concretamente della carenza delle life skills tra i propri dipendenti a tutti i livelli. E proprio grazie al patrimonio personale di abilità trasversali un candidato può differenziarsi da tutti gli altri ed emergere durante il colloquio di selezione. Non possiamo negarlo: a parità di competenze tecniche, qualunque selezionatore sceglierà il professionista che sa collaborare con i propri colleghi, che è orientato al problem solving o che è in grado di smorzare, sul nascere, i conflitti.

In realtà, anche le life skills si possono acquisire ed allenare e un recente studio internazionale di Boston Consulting, primaria società di consulenza manageriale, invita le università ad introdurre nei propri percorsi queste aree in modo che i neolaureati siano pronti al mercato del lavoro di industry 4.0. Nel nuovo paradigma che vedrà la massiccia diffusione di innovazioni tecnologiche intelligenti e interconnesse, infatti, ai professionisti verrà richiesto uno sforzo significativo di adattamento ai cambiamenti che incideranno sui ruoli rendendoli sempre più trasversali e multidisciplinari.

«Aprire la mente» sarà sempre più un driver del cambiamento e la trasformazione digitale imporrà flessibilità adattiva, mentalità indiziaria, pensiero critico e disponibilità alle contaminazione esterne. Come diceva Louis Pasteur, infatti, «Il cambiamento favorisce soltanto le menti preparate ad accoglierlo». Sicuramente bisogna guardare con preoccupazione alle previsioni che prospettano una significativa riduzione dei posti di lavoro. Tuttavia, l’approccio più produttivo è quello di prepararsi ad affrontare queste innovazioni dotandosi degli strumenti professionali che permetteranno al nostro profilo di essere vincente anche nel rinnovato contesto, abbandonando quindi la visione del nostro lavoro come routinario.

Per concludere, quindi, non possiamo non essere d’accordo con Tim Cook che recentemente ha affermato, parlando ai laureati del MIT: «Non ho paura che l’intelligenza artificiale dia ai computer la capacità di pensare come gli esseri umani. Sono più preoccupato delle persone che pensano come i computer».

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Comunicazione tra manager e team «carta vincente» in azienda

La comunicazione gioca un ruolo fondamentale nella vita lavorativa di tutti, soprattutto per chi si trova a dover gestire e guidare un team di professionisti che hanno, naturalmente, caratteri e personalità molto diversi. Nonostante gli sforzi – e nonostante spesso siamo portati a pensare di essere capaci di comunicare efficacemente – può capitare che la nostra squadra non abbia ben chiari gli obiettivi, le priorità e i metodi di lavoro. E questa situazione può portare alla nascita di problemi e all’aumento di insoddisfazione che, chiaramente, si trasforma in un calo delle performance. Ogni manager, quindi, deve essere in grado di interpretare alcuni segnali che, se trascurati, possono appesantire il clima in ufficio e generare situazioni spiacevoli.

Il primo segnale è legato ai cambiamenti comunicati male (o non comunicati). L’assenza di comunicazione, in un caso come questo, porta ad un unico risultato: la confusione totale. Mi è capitato recentemente di affiancare un’azienda in un processo di fusione con un’altra: due team nel marketing, due team nelle vendite e due team nella parte amministrativa dovevano necessariamente iniziare ad integrarsi e diventare uno solo. Nessuno, però, aveva detto nulla. Cosa è successo? Semplice: lavori doppi, spreco di energie e di tempo incredibili perché tutti, non essendo informati della novità, sono andati avanti a fare ciò che avevano sempre fatto. Sarebbe bastata una semplice comunicazione e tutto questo sarebbe stato evitato.

Una comunicazione chiara, poi, è fondamentale anche nella fase di assegnazione di un nuovo progetto ad un membro del proprio team. Sia che questa informazione passi via mail o a voce, è indispensabile che il manager spieghi esattamente ciò che si aspetta, in quali tempi e in che modo. In caso contrario il risultato sarà sempre lo stesso: caos, scadenze non rispettate, obiettivi non raggiunti.

Strettamente legato a questo tema, poi, c’è la comunicazione delle priorità. Capita quasi quotidianamente, infatti, che si lavori su più fronti contemporaneamente. E capita altrettanto frequentemente che delle mille attività in progress, meno del 10% di esse sia davvero prioritario ed urgente. Il manager che non sia in grado di darsi e comunicare le priorità non è – inutile girarci intorno – un buon manager: comunicare in modo efficace con la propria squadra significa anche condividere gli obiettivi e le priorità, in modo tale che tutti siano sempre allineati e nessuno possa mai dire «non credevo fosse importante, stavo lavorando sull’altro progetto».

La prossima volta che ci troveremo in una situazione di questo tipo, prima di incolpare i membri del nostro team proviamo a fare una riflessione e capire se davvero la nostra comunicazione è stata efficace, con tutti e a tutti i livelli. Una volta creato un flusso efficace, probabilmente, gran parte dei nostri problemi saranno risolti.

* L’articolo originale è stato pubblicato da www.ilsole24ore.com qui