Il mondo finisce due volte l’anno: l’ansia pre-ferie negli uffici

Di fine del mondo si parla molto spesso e sotto diversi punti di vista: religioso, politico, socio-economico, ambientale. E dal punto di vista lavorativo? Direi quasi mai, eppure ci sono due periodi in cui, pare, ci sia la fine del mondo anche negli uffici: prima di ferragosto e prima di natale.

Lo stiamo vivendo, credo, proprio in questi giorni. Indipendentemente dal ruolo che si ricopre in azienda, c’è una specie di ansia collettiva e diventa indispensabile correre per arrivare alla fine. Ma alla fine di cosa? Quei 15 giorni di ferie non sono, posso giurarlo, un enorme buco nero oltre il quale non c’è nulla. 
 
Sembra, però, che nessuno ci creda. Ecco allora che iniziano a pioverci addosso le fatidiche frasi che vanno dal “dobbiamo chiudere questo progetto” al “le proposte commerciali devono essere inviate prima delle ferie”, per passare poi a “inviamo tutti i report, i contratti, le mail” fino ad arrivare a “programmiamo le riunioni di allineamento per assegnare tutti i compiti in modo che al rientro tutti sappiano cosa fare”.
 
In questa frenesia, non si considera un aspetto fondamentale: le persone saranno assenti al massimo 15 giorni lavorativi. Non 60, 180 o 360. E, tra l’altro, avranno – mi sento di dire nel 99% dei casi – il proprio smartphone da cui, in caso di necessità, leggere le mail o rispondere alle telefonate. 
 
E allora, da cosa dipende questo panico pre-vacanze? L’idea che mi sono fatta è che tutto sia legato proprio a questo eccesso di connessione. Sappiamo che, potenzialmente, potremmo non staccare mai e quindi tendiamo a ridurre al minimo le possibilità di essere disturbarti quando siamo in ferie, cercando disperatamente di chiudere tutto prima di uscire dall’ufficio. 
 
Da qualche anno le aziende tendono a far smaltire le ferie ai propri dipendenti in modo più ragionato, in modo che ad agosto – tolta giusto la settimana del 15, durante la quale anche trovare un bar aperto in città è quasi un’impresa impossibile – il lavoro proceda tranquillamente, come in qualunque altro momento dell’anno. 
 
Per la prima volta da quando gestisco un’azienda ed un team di persone, sto pensando di mettere un messaggio di “out of office” nel quale comunicare – nel caso qualcuno non l’avesse notato – che 10 giorni lavorativi passano in fretta e, salvo casi eccezionali, non succederà nulla di irreparabile. E se anche ci fosse un’urgenza, tutto si può risolvere con una telefonata. 
 
In questi giorni sto chiedendo ai miei contatti quando rientreranno dalle vacanze. Molti di loro saranno operativi alle loro postazioni prima della fine del mese. Due o tre settimane di ferie che sembrano, ai più, davvero troppo poche. 

Quindi, il mondo non finisce? Direi di no, anzi ricomincia come prima. 
Probabilmente con l’ansia da rientro. 

Commuting: come rendere questo tempo produttivo?

Trenta minuti. In alcuni casi anche un’ora, a volte addirittura di più. È questo il tempo che, soprattutto nelle grandi città, impieghiamo per andare in ufficio e tornare a casa. Spesso non consideriamo che questo tempo ha un costo vero e proprio e tendiamo a sacrificarlo, giustamente, per quell’opportunità meglio retribuita, ma lontano da casa. Mi capita spesso di dover prendere il treno per spostarmi e le persone che vedo intorno a me fanno cose molto diverse: qualcuno ascolta musica, pochissimi leggono un quotidiano, alcuni guardano il cellulare o fanno telefonate, molti altri, infine, aspettano semplicemente che il tempo trascorra. Non sono pochi, ovviamente, coloro che approfittano di questo tempo per rispondere alle mail, leggere documenti, approfondire determinati argomenti. Tutte attività per le quali, in una normale giornata lavorativa, sarebbe difficile ritagliare del tempo.

Questo spazio temporale, comunque lo si impieghi, impatta notevolmente sulla giornata lavorativa nostra e di tutte le persone che lavorano con noi. E per capirlo, basta fare un semplice calcolo: un’ora al giorno, per cinque giorni alla settimana, per quattro settimane ogni mese. Come possono, quindi, aziende e manager utilizzare al meglio questo tempo per aiutare i propri dipendenti e/o collaboratori? Alcune ricerche inglesi hanno evidenziato che coloro che, durante il tempo del commuting, riguardano la propria agenda, pianificano le attività da fare e analizzano i problemi da affrontare hanno una marcia in più degli altri colleghi quando arrivano in ufficio. Perché? Semplice, hanno già chiaro il da farsi.

Immaginatevi la classica scena: arrivo in ufficio, avvio del pc, caffè e quattro chiacchiere con i colleghi, ritorno alla propria postazione e analisi delle attività da svolgere nel corso della giornata. Una routine quotidiana di almeno 30 minuti sprecati perché improduttivi. Se si arriva in ufficio avendo già chiaro il programma della giornata e, magari, avendo già risposto ad alcune mail, questo tempo “a vuoto” si riduce sensibilmente. È chiaro, naturalmente, che il tempo destinato al commuting è personale e ogni dipendente può impiegarlo come meglio crede, ma se le aziende iniziassero a dargli un valore?

In un’epoca di smart working – che ha sradicato completamente il vecchio concetto di ufficio e che permette di lavorare da casa, sui mezzi pubblici e addirittura in spiaggia – bisognerebbe iniziare a ragionare su come sfruttare al meglio questo tempo e dare la possibilità ai propri dipendenti di avere una riduzione dell’orario. Un aspetto da non sottovalutare e che, anzi, potrebbe trasformarsi in uno strumento molto utile per le mamme, ad esempio, ma anche per tutti coloro che passano davvero molto tempo in treno, sugli autobus o in metropolitana.

È naturale che tutto questo è possibile solo se si instaura un rapporto manager – dipendente basato su profonda fiducia e responsabilità. Ma è anche vero che se stiamo imparando ad accettare che si possa lavorare da casa per un giorno al mese o un giorno alla settimana, perché non possiamo accettare che si possa essere produttivi anche nel tragitto casa-lavoro? Un discorso a parte deve essere fatto per coloro che si recano in ufficio in auto. In questo caso, il tempo può essere impiegato esclusivamente per le telefonate che, nella maggior parte dei casi, sono di lavoro. E anche questo è un tempo dedicato all’azienda che deve essere in qualche modo riconosciuto.

Io credo che il tema del remote working – inteso però non come lavoro da casa, ma lavoro da “ovunque mi trovo” e quindi anche in viaggio – sia un argomento molto caldo che ogni manager debba necessariamente iniziare a considerare. Da un lato, sempre più persone hanno un numero personale e uno di lavoro che spengono nei week end o la sera per evitare invasioni nei loro spazi e momenti personali. Dall’altro lato, però, le aziende che forniscono smartphone, tablet e pc si aspettano che i propri dipendenti siano sempre raggiungibili. A questo punto, perché non iniziare a pensare non solo ai nuovi spazi di lavoro, ma anche ai nuovi tempi?

In EasyHunters abbiamo iniziato ad analizzare le singole esigenze dei consulenti per capire come ottimizzare e rendere produttivo anche il tempo degli spostamenti. Stiamo cercando di capire come sfruttare questi momenti per pianificare call di allineamento interno, programmare le attività dei vari team o approfondire alcuni argomenti di interesse per il nostro settore.

* L’articolo originale è stato pubblicato da www.ilsole24ore.com qui

Head hunter, una professione che cambia con le tecnologie

Avremo ancora bisogno degli Head hunters? La risposta a questa domanda è sicuramente affermativa. Tuttavia c’è un “però” che non possiamo ignorare: l’uso sempre più frequente della tecnologia e degli algoritmi per l’estrazione e l’elaborazione dei dati. Se è innegabile, infatti, che il mondo delle risorse umane sia fatto quasi completamente di relazioni personali, è altrettanto vero che il comparto dell’HR TECH sta crescendo sempre di più: 2,4 miliardi di dollari di investimenti in questo ambito nel 2015 e 2,39 miliardi stimati per il 2016. E probabilmente questa cifra è destinata a crescere.

La gestione e l’elaborazione dei dati – non solo in ambito HR – soprattutto quando i numeri sono elevati (pensiamo a qualsiasi database) sono oggetto, da tempo ormai, di processi di automatizzazione. I CRM permettono di effettuare estrazioni con maggiore facilità e velocità. Ma la semplice estrazione non può bastare. I dati, infatti, devono essere interpretati correttamente. E quando si parla di risorse umane, questa interpretazione deve essere molto accurata e una macchina non può sostituire l’uomo.

Per capire se le informazioni inserite nei cv sono vere – giusto per fare un esempio concreto – non c’è altra strada che uno scambio tra candidato e selezionatore. Uno scambio che può certamente avvenire via Skype, via telefono o attraverso i molteplici strumenti che la tecnologia mette a disposizione, ma che non può essere completamente eliminato dal processo di selezione. L’utilizzo di particolari strumenti, dunque, deve essere visto come un modo per snellire e rendere efficienti i processi di selezione, non per sostituire completamente l’uomo.

Un esempio concreto: ci sono alcuni algoritmi che, attraverso la ricerca semantica, permettono di razionalizzare i database di CV ed estrarre le informazioni necessarie da ogni candidato in modo automatico, anche quando non compaiono le parole chiave “classiche” (ognuno può descrivere in modo diverso le proprie competenze). Oppure attraverso un altro algoritmo è possibile, ad esempio, estrarre le soft skills dei candidati (che solitamente sono nella parte finale del cv) in modo che il selezionatore, interrogando il database, sia in grado di creare team senza conflitti per le incompatibilità caratteriali dei membri. Un altro grande problema è, inoltre, trovare i candidati che siano disposti a lavorare in una certa città. Attraverso la geolocalizzazione, dunque, è possibile avere solo i cv dei candidati interessati a quell’area.

In EasyHunters, facciamo proprio questo: sfruttiamo la tecnologia per rendere l’iter di selezione efficiente. Il normale processo ha sempre costretto i candidati a spostarsi anche per il primo colloquio conoscitivo con evidenti – e inutili – sprechi, di denaro e di tempo. Grazie agli strumenti digitali, ora, è possibile eliminare queste distanze. Ma fare un colloquio al telefono, via Skype o Facetime, non significa che sia meno approfondito o di minore qualità. I recruiter di EasyHunters incontrano i candidati online – esattamente come accade, milioni di volte, quando si fanno dei meeting con i colleghi dall’altra parte del mondo – ma il colloquio è esattamente identico a quello che farebbero se l’incontro avvenisse nei nostri uffici.

Io credo, quindi, che la tecnologia debba essere utilizzata come strumento per gli HR e non percepita come una minaccia. Il talento sarà sempre valutato da una persona. Quello che cambierà sarà semplicemente il “luogo” del colloquio.

* L’articolo originale è stato pubblicato da www.ilsole24ore.com qui

Il team non funziona: e se fosse anche un problema di leadership?

Non è un dipendente capace»; «No, non è un buon capo!». Quante volte abbiamo assistito a dialoghi di questo tipo? E il dubbio, in questi casi, è sempre uno solo: chi ha ragione? Da una parte ci possono essere manager che non sono in grado di gestire i propri team e tirare fuori, da loro, il meglio. Dall’altra, però, ci possono anche essere dipendenti che – per un motivo o per un altro – non dimostrano il proprio impegno.

Il compito di ogni buon manager è proprio questo: capire le motivazioni (se ci sono) che portano i dipendenti a non performare come ci si aspetterebbe e metterli nelle condizioni di lavorare al meglio. In base alla mia esperienza, ho capito che le situazioni-tipo che generano questo tipo di conflitti sono quasi sempre le stesse. E quasi tutte hanno una soluzione semplice ed immediata, in grado di riportare la serenità negli uffici.

Quella più banale è legata alla gestione del tempo. Capita spesso che qualcuno non rispetti le scadenze assegnate. In questi casi, l’aspetto fondamentale è capire da cosa dipende questo ritardo. E se tutto fosse legato ad una comunicazione poco efficace? Se dipendesse dal fatto che non arrivano le indicazioni giuste per poter comprendere e svolgere il lavoro? Questo è un punto cruciale: un buon manager deve essere in grado di fornire tutte le informazioni e gli strumenti necessari affinché il team possa portare a termine i compiti assegnati e rispettare le scadenze.

Un altro aspetto che può rivelarsi problematico, invece, è legato alle relazioni all’interno dei team. Ecco perché è fondamentale che ogni manager sia in grado di capire – già in fase di colloquio – gran parte degli aspetti caratteriali ed evitare di assumere un candidato che, molto probabilmente, non sarà in grado di integrarsi nel team. Può succedere, comunque, che qualche conflitto sorga strada facendo. In questo caso, il manager deve assolutamente capire – nel più breve tempo possibile – da dove abbia origine.

Se la persona non riesce a lavorare in modo efficace in gruppo, ad esempio, può non dipendere semplicemente da differenze caratteriali o da incapacità. Può succedere che dia il meglio di sé quando lavora da solo. Un buon manager, dunque, deve comprendere questa situazione e fare in modo che tutti siano in grado di lavorare nelle condizioni per loro più favorevoli. A questo si collega, infine, un altro aspetto che non deve mai essere sottovalutato. Quando le performance di qualcuno non migliorano – o lo fanno più lentamente di quanto ci aspettiamo – non è sempre colpa della scarsa volontà o, peggio ancora, della mancanza di competenze tecniche. Ho imparato, nel corso della mia carriera, che in moltissimi casi di questo tipo c’è un solo problema: l’assenza di feedback e di linee guida.

Quando una persona non riesce a capire cosa sta facendo bene e cosa male, dove può migliorare o dove ha raggiunto il livello che ci si aspetta da lei, non sarà mai in grado di crescere professionalmente. Credo, quindi, che prima di considerare un dipendente poco capace, svogliato o come elemento negativo del team, si debba fare un’analisi molto approfondita della situazione e trovare una soluzione. In fondo, gestire le persone e tirar fuori da loro il meglio è compito del manager.

* L’articolo originale è stato pubblicato da www.ilsole24ore.com qui

Colloquio di lavoro, gli errori inconsapevoli che chi fa selezione può commettere

Può capitare, durante un colloquio, che il selezionatore commetta alcuni errori che vengono definiti inconsapevoli. Ci sentiamo vicini alla persona che ha frequentato il nostro stesso master o la nostra stessa università. Entriamo in sintonia, quasi subito, con chi pratica il nostro stesso sport o tifa per la nostra stessa squadra. 

Perché? La risposta è semplice, quasi banale: tendiamo ad avvicinarci a ciò che ci rassomiglia e in ciò che ci riconosciamo. Lo sport – il calcio in modo ancora più marcato – è un elemento di fortissima aggregazione e di discussione comune. Ma anche condividere la passione per un genere letterario o per un certo attore è un elemento importante di vicinanza.
E’ scontato – ma è bene ripeterlo – che durante un colloquio di lavoro vengono valutate, in primis, le competenze tecniche. Nessun candidato è mai stato scartato, ovviamente, per la fede calcistica o perché appassionato dei film di Fantozzi o ancora per aver indossato una giacca ritenuta brutta. Ma non posso negare, dopo oltre 20 anni di selezione, che il contorno possa influenzare.
E allora, come risolvere questo problema? Vi riporto un consiglio preziosissimo che mi è stato dato da una selezionatrice molto competente e che, a mia volta, ho passato ai ragazzi che lavorano con me in EasyHunters: annotare tutte le sensazioni, positive e negative, avute durante il colloquio. E solo dopo, valutare che impatto queste annotazioni hanno avuto in modo da eliminare totalmente gli errori inconsapevoli che in nessun modo e in nessun caso devono influenzare il processo di selezione.
In EasyHunters puntiamo moltissimo sulla formazione dei consulenti, affinché gli errori inconsapevoli siano prossimi allo zero.

Ciascuno di noi è una vetrina online, enorme e potentissima

Saper gestire bene i propri profili social e saper creare dei contenuti interessanti ed attrattivi è una competenza molto importante che, in alcuni casi, dovrebbe anche essere inserita nei cv. Di solito pensiamo sempre, sbagliando, che questi canali siano solo personali.

Almeno in Italia, Facebook serve quasi unicamente per rimanere in contatto con i propri amici e sapere cosa fanno. Instagram per soddisfare la nostra voglia di condividere le cose che ci accadono attraverso le immagini: la cena al ristorante, il viaggio al mare o l’ultimo paio di scarpe acquistato. E LinkedIn? E’ il social professionale, quello che viene usato ed aggiornato solo per motivi legati alle opportunità lavorative, nella speranza che qualcuno possa notare il nostro profilo e, ancora meglio, chiamarci per offrire un lavoro.
LinkedIn è usato prevalentemente dai professionisti del mondo HR per trovare i candidati. Il resto del mondo, invece, lo usa – oltre chiaramente che per i motivi che dicevamo prima – anche per aggiornarsi, avere notizie di settore o avere informazioni sulla carriera di persone più o meno conosciute.
Ma c’è molto di più. Attraverso i social è possibile capire molto dei manager o delle aziende e avere tantissime informazioni. Pochi, però, hanno capito che ciascuno di noi è una vetrina – enorme e potentissima – dell’azienda che rappresenta. Saper usare correttamente i social genera benefici per la persona, ma anche per l’azienda per cui lavora. Di contro, usarli in modo sbagliato e superficiale, genera danni.
Significa, in parole semplici, che essere in grado di trovare e postare contenuti giusti, interessanti e virali è una competenza. Ricordate i giornalini della scuola o dell’università? C’era chi scriveva gli articoli, chi impaginava e chi distribuiva.
Anche oggi è più o meno così. Solo che ognuno di noi è il suo media online. E la diffusione cresce con il crescere del nostro network virtuale.
Sempre più spesso, ormai, i giovani sceglieranno le aziende anche per come comunicano sui social non solo tramite le pagine ufficiali, ma anche – e soprattutto – tramite i propri manager.

7 lavori stranissimi che esistono davvero

Non solo calcetto come occasione per trovare lavoro. E non solo lavoro in ufficio, dalle 9 alle 18. Nel mondo, ci sono una serie di opportunità – alcune davvero creative ed impensabili – per chi vuole intraprendere una carriera fuori dall’ordinario.

Mystery Guest per hotel di lusso. Non è uno scherzo. Esiste sul serio una startup che paga per visitare hotel di lusso e testarne i servizi: piscina, sauna, massaggi, ristorante, Spa, servizio in camera. Le competenze richieste? Ovviamente ottima conoscenza della lingua inglese, ma anche affidabilità, serietà, disponibilità alle trasferte, intraprendenza, autonomia e flessibilità.

Assaggiatore di cioccolato. Mondelez – multinazionale del settore alimentare proprietaria anche dei marchi Milka e Oreo – cerca un profilo davvero particolare: l’assaggiatore ufficiale di cioccolato. Competenze richieste? Conoscenza di una lingua straniera, ma soprattutto spiccato senso del gusto e propensione a degustare cioccolato.

Assaggiatore di patatine. È un lavoro molto diffuso negli USA e consiste nel verificare il gusto e la consistenza delle patatine prima che vengano imbustate o assaggiare ricette che non sono ancora state lanciate sul mercato. Anche lo stipendio non è male: si può arrivare a guadagnare fino a 35 mila dollari all’anno.

Istruttore di surf per cani. I dipendenti dei resort più esclusivi lungo le coste oceaniche sono attenti agli ospiti, bipedi e quadrupedi. Non è raro, quindi, trovare professionisti pagati per insegnare alla coppia – umana e canina – come “surfare” tra le onde. Alcuni posti offrono addirittura lezioni esclusivamente per i cani.

Panda-sitter. Si tratta di una richiesta che arriva direttamente dalla Cina, dove il centro di ricerca e protezione del panda gigante è alla ricerca di chi possa occuparsi del benessere dei cuccioli di panda, dar loro da mangiare, coccolarli e portarli a spasso per il parco. Il tutto per un anno.

Scusatore a domicilio. Una professione che arriva direttamente dal Giappone, la patria delle buone maniere. È un professionista preparato per chiedere scusa, apparendo assolutamente convincente e sincero. Anche in questo caso il lavoro è ben retribuito: si può guadagnare anche 30 euro all’ora.

Spostatore di iceberg. Una professione storica, nata addirittura dopo l’incidente del Titanic nel lontano 1912 quando fu fondata la International Ice Patrol (IIP) che ha un obiettivo preciso: individuare la posizione degli iceberg e verificare che le varie rotte siano sicure. Nel caso non lo fossero, gli spostatori intervengono per allontanare l’iceberg.

 

 

Casual o non casual, che tipo di abbigliamento scegliere in ufficio?

Sono sempre stata una grande sostenitrice dell’abbigliamento professionale in ufficio. Scarpe alte, completo giacca e pantaloni, trucco al punto giusto. E ho sempre chiesto a chi lavora con me di avere lo stesso approccio.
Questa richiesta ha una motivazione molto semplice: facendo un lavoro consulenziale, non si può mai sapere chi si incontra. Può essere un cliente, un candidato o una riunione improvvisa con il capo.
Io dico sempre che molto facile passare da un abbigliamento formale ad uno informale. Ma è (quasi) impossibile il contrario. Gli uomini, ad esempio, possono togliere la cravatta e passare facilmente da un approccio ingessato e serio, ad uno amicale e socievole.
Eppure, da quando a novembre dell’anno scorso sono stata operata ad un’ernia lombare, ho scoperto le scarpe casual al lavoro. Cioè, mi sono trovata di fronte ad una scelta obbligata: scarpe da ginnastica prima (ora posso concedermi tacco 5) anche per l’ufficio. Una tragedia greca, visto che i miei pantaloni sono tagliati per svettare sopra gli 8 cm di tacco.
Ma questa esigenza si è rivelata sorprendentemente piacevole, molto di più di quanto potessi immaginare. Ancora oggi, infatti, quando non ho impegni super formali, mi capita di andare in ufficio indossando un paio di scarpe da ginnastica dai colori non proprio discreti (gialle e rosa).
In fin dei conti, ho imparato ad essere un po’ più alla mano rispetto a qualche anno fa, rimanendo ovviamente – quando necessario – formale e professionale. Credo che questo aspetto sia direttamente collegato alla sicurezza in noi stessi. Spesso, infatti, optare per un abbigliamento neutro aiuta a non dare nell’occhio e a non sollevare obiezioni. Un particolare strano e che attira l’attenzione, invece, deve essere portato con estrema sicurezza altrimenti si rischia di apparire fuori luogo.

Quanto conta la presenza online per trovare lavoro? Tre consigli per una corretta gestione

Avere una buona presenza online oggi è determinante anche nel lavoro. Sempre più spesso, infatti, i responsabili della selezione affiancano, a un attento esame del curriculum, anche una verifica di ciò che trapela dai profili virtuali e sui nuovi canali per trovare lavoro. Oggi, infatti, far carriera e trovare nuove opportunità di lavoro significa anche essere online e curare nei minimi dettagli tutti i profili social. Non dobbiamo però limitarci solo a LinkedIn, il social per eccellenza per il business. Sono molto importanti anche Facebook e Twitter.
E’ fondamentale, quindi, che non ci siano informazioni in contrasto con quanto riportato nel curriculum, ma soprattutto che non ci siano situazioni spiacevoli: una foto che inciti all’odio o alla discriminazione, ad esempio ma anche frasi o citazioni aggressive…

Voglio darvi tre semplici consigli per una corretta gestione e promozione della nostra immagine professionale online:

  • Attenzione alle foto pubblicate, in particolare quelle private che ci ritraggono in momenti di relax. In questo caso bisogna evitare di lasciare il proprio profilo social completamente aperto anche a chi non fa parte della nostra lista di amici e per il mondo lavorativo pubblicare foto professionali
  • Avere contenuti coerenti: se all’interno del nostro curriculum indichiamo una serie di informazioni, come banalmente possono essere passioni o hobby, è bene che in rete – e quindi su facebook, su twitter – compaiano le stesse informazioni
  • Per ultimo è importante connettersi con altri professionisti, ma non bisogna diventare degli stalker. Cerchiamo di mandare richieste mirate, ma non ossessive!
Come gestire al meglio i profili:

Linkedln:

  • Evidenziare le esperienze più importanti e, se possibile, raccogliere referenze per il proprio lavoro che possano sottolineare i risultati raggiunti e le competenze.
  • Aggiornare il proprio profilo costantemente e creare contenuti interessanti. Non meno importante, partecipare a discussioni all’interno dei gruppi.
  • Connettersi con altri professionisti: aiuta a mostrare la propria esperienza e le proprie passioni.

Facebook: 

 
  • Attenzione alle foto pubblicate
  • Aggiungere contatti lavorativi, solo se si vuole usare Facebook come un network professionale. In questo caso, ovviamente, occorre prestare la massima attenzione ai contenuti che vengono pubblicati.
  • Attenzione alla privacy: meglio evitare di lasciare il profilo completamente aperto anche a chi non fa parte della nostra lista di amici.
  • Contenuti: meglio privilegiare la qualità, piuttosto che la quantità.
  • Seguire aziende e partecipare a gruppi che riguardano il proprio ambito professionale. Questo può essere un modo per raccogliere informazioni (e non presentarsi impreparati a un eventuale colloquio) e farsi notare dagli head hunters.

Lavoro e maternità, 10 consigli

Rientrare al lavoro dopo la maternità non è sicuramente una cosa semplice. E il problema comune a tutte è uno solo: conciliare in modo efficace l’essere mamma e, nello stesso tempo, lavoratrice.

Per aiutare le donne a gestire il doppio ruolo, alcune aziende offrono alla donne che rientrano dalla maternità dei percorsi guidati, durante i quali persone esperte aiutano le neo-mamme ad abituarsi ai nuovi ritmi e, soprattutto, a non farsi prendere dai sensi di colpa.

Provo a darvi, di seguito, 10 consigli per provare a rendere il rientro al lavoro meno traumatico:

1. Organizzare bene i propri tempi tra lavoro e vita privata, ricordandosi di conservare un piccolo spazio per sé stesse: un parrucchiere, un massaggio, o semplicemente la lettura di un libro.

2. Crearsi una squadra di supporto: genitori, parenti, amiche, amici o persone esterne di cui ci fidiamo e a cui possiamo chiedere aiuto.

3. Imparare a comunicare le proprie difficoltà, evitando di sovraccaricarci pensando di poter fare le super donne.

4. Ammettere che le nostre priorità sono cambiate e che per un po’ bisognerà essere molto flessibili.

5. Darsi tempo: all’inizio sembrerà tutto difficile, ma poi le cose un po’ alla volta si aggiustano.

6. Utilizzare al meglio le nuove tecnologie per lavorare a distanza. Oggi i PC e i telefoni ti permettono di restare sempre connessi e di lavorare anche da casa o da qualunque altra parte.

7. Scegliere con cura e in anticipo a chi affidare il proprio figlio quando si è al lavoro.

8. Imparare a dire di no a cose non urgenti e rimandarle. 

9. Non sentirsi in colpa, a casa perché non si è al lavoro e al lavoro perché non si è a casa.

10. Vivere questo momento con più serenità possibile.