Referendum per dichiarare disciplina olimpica il km lanciato in aeroporto

Ebbene sì, ho deciso di lanciare e sostenere un referendum per trasformare quell’attività che coinvolge migliaia di lavoratori ogni settimana.
Atleti di altissimo livello che spesso, per lavoro, sono costretti a fare lo stesso tragitto diretti verso mete straniere.
Si riconoscono subito: abito scuro perché deve reggere almeno 14 ore, tacco basso – massimo 5 cm – per le donne e sguardo cattivo che si guarda intorno con fare famelico. E sono quelli che si siedono sempre allo stesso posto del treno, all’andata e al ritorno. Sono sempre avanti e conoscono i tempi a memoria: sanno quando scendere e conoscono le stazioni intermedie solo dal rumore dell’ apertura porte.

Sono quelli con la testa bassa sul telefono, musica nelle orecchie e dita veloci nel tentativo di smaltire il lavoro prima di partire. Sono quelli che al rientro in Italia si riconoscono perché in aereo sono nelle prime file, con bagagliaio a mano e leggero. Sono quelli che non si fanno intenerire dalle vecchiette, veri caterpillar mascherati da simpatiche nonnine, che pur di passare per prime ti menano colpi bassi. Sono i primi davanti alla porta del bus che secondo accurati calcoli sarà esattamente di fronte alla porta degli arrivi. Perché secondo la radice quadrata di 123456789 l’autobus si fermerà esattamente li.

Quelli come me che vanno in paesi extra UE hanno anche la sorpresa del controllo a sorpresa. Quello meglio conosciuto come controllo carogna, con due soli metaldetector per 200 passeggeri, che se passi per ultimo vedi la luce quando ormai Malpensa chiude i battenti, quando ormai è rimasto solo un inserviente che con fare sconsolato ti guarda come per dire “ancora qui stai?” 
Sono dei triatleti, davvero:
  • Presa del taxi o della metro all’ultimo minuto utile, per dormire 10 minuti in più;
  • Salita sul treno nei 30 secondi prima della chiusura delle porte;
  • Salita o discesa dall’aereo nel minimo accettabile senza mandare all’ospedale nessun compagno di viaggio, senza rompere la valigia o le scarpe e riuscendo ad arrivare ai controlli con un sorriso e un buongiorno.
Sono quelli che con estrema soddisfazione dicono che il  tempo di commuting casa-ufficio è di 4 ore 58 minuti e 37 secondi. E sono migliorati di 10 minuti!!!

Head hunter, una professione che cambia con le tecnologie

Avremo ancora bisogno degli Head hunters? La risposta a questa domanda è sicuramente affermativa. Tuttavia c’è un “però” che non possiamo ignorare: l’uso sempre più frequente della tecnologia e degli algoritmi per l’estrazione e l’elaborazione dei dati. Se è innegabile, infatti, che il mondo delle risorse umane sia fatto quasi completamente di relazioni personali, è altrettanto vero che il comparto dell’HR TECH sta crescendo sempre di più: 2,4 miliardi di dollari di investimenti in questo ambito nel 2015 e 2,39 miliardi stimati per il 2016. E probabilmente questa cifra è destinata a crescere.

La gestione e l’elaborazione dei dati – non solo in ambito HR – soprattutto quando i numeri sono elevati (pensiamo a qualsiasi database) sono oggetto, da tempo ormai, di processi di automatizzazione. I CRM permettono di effettuare estrazioni con maggiore facilità e velocità. Ma la semplice estrazione non può bastare. I dati, infatti, devono essere interpretati correttamente. E quando si parla di risorse umane, questa interpretazione deve essere molto accurata e una macchina non può sostituire l’uomo.

Per capire se le informazioni inserite nei cv sono vere – giusto per fare un esempio concreto – non c’è altra strada che uno scambio tra candidato e selezionatore. Uno scambio che può certamente avvenire via Skype, via telefono o attraverso i molteplici strumenti che la tecnologia mette a disposizione, ma che non può essere completamente eliminato dal processo di selezione. L’utilizzo di particolari strumenti, dunque, deve essere visto come un modo per snellire e rendere efficienti i processi di selezione, non per sostituire completamente l’uomo.

Un esempio concreto: ci sono alcuni algoritmi che, attraverso la ricerca semantica, permettono di razionalizzare i database di CV ed estrarre le informazioni necessarie da ogni candidato in modo automatico, anche quando non compaiono le parole chiave “classiche” (ognuno può descrivere in modo diverso le proprie competenze). Oppure attraverso un altro algoritmo è possibile, ad esempio, estrarre le soft skills dei candidati (che solitamente sono nella parte finale del cv) in modo che il selezionatore, interrogando il database, sia in grado di creare team senza conflitti per le incompatibilità caratteriali dei membri. Un altro grande problema è, inoltre, trovare i candidati che siano disposti a lavorare in una certa città. Attraverso la geolocalizzazione, dunque, è possibile avere solo i cv dei candidati interessati a quell’area.

In EasyHunters, facciamo proprio questo: sfruttiamo la tecnologia per rendere l’iter di selezione efficiente. Il normale processo ha sempre costretto i candidati a spostarsi anche per il primo colloquio conoscitivo con evidenti – e inutili – sprechi, di denaro e di tempo. Grazie agli strumenti digitali, ora, è possibile eliminare queste distanze. Ma fare un colloquio al telefono, via Skype o Facetime, non significa che sia meno approfondito o di minore qualità. I recruiter di EasyHunters incontrano i candidati online – esattamente come accade, milioni di volte, quando si fanno dei meeting con i colleghi dall’altra parte del mondo – ma il colloquio è esattamente identico a quello che farebbero se l’incontro avvenisse nei nostri uffici.

Io credo, quindi, che la tecnologia debba essere utilizzata come strumento per gli HR e non percepita come una minaccia. Il talento sarà sempre valutato da una persona. Quello che cambierà sarà semplicemente il “luogo” del colloquio.

* L’articolo originale è stato pubblicato da www.ilsole24ore.com qui

7 lavori stranissimi che esistono davvero

Non solo calcetto come occasione per trovare lavoro. E non solo lavoro in ufficio, dalle 9 alle 18. Nel mondo, ci sono una serie di opportunità – alcune davvero creative ed impensabili – per chi vuole intraprendere una carriera fuori dall’ordinario.

Mystery Guest per hotel di lusso. Non è uno scherzo. Esiste sul serio una startup che paga per visitare hotel di lusso e testarne i servizi: piscina, sauna, massaggi, ristorante, Spa, servizio in camera. Le competenze richieste? Ovviamente ottima conoscenza della lingua inglese, ma anche affidabilità, serietà, disponibilità alle trasferte, intraprendenza, autonomia e flessibilità.

Assaggiatore di cioccolato. Mondelez – multinazionale del settore alimentare proprietaria anche dei marchi Milka e Oreo – cerca un profilo davvero particolare: l’assaggiatore ufficiale di cioccolato. Competenze richieste? Conoscenza di una lingua straniera, ma soprattutto spiccato senso del gusto e propensione a degustare cioccolato.

Assaggiatore di patatine. È un lavoro molto diffuso negli USA e consiste nel verificare il gusto e la consistenza delle patatine prima che vengano imbustate o assaggiare ricette che non sono ancora state lanciate sul mercato. Anche lo stipendio non è male: si può arrivare a guadagnare fino a 35 mila dollari all’anno.

Istruttore di surf per cani. I dipendenti dei resort più esclusivi lungo le coste oceaniche sono attenti agli ospiti, bipedi e quadrupedi. Non è raro, quindi, trovare professionisti pagati per insegnare alla coppia – umana e canina – come “surfare” tra le onde. Alcuni posti offrono addirittura lezioni esclusivamente per i cani.

Panda-sitter. Si tratta di una richiesta che arriva direttamente dalla Cina, dove il centro di ricerca e protezione del panda gigante è alla ricerca di chi possa occuparsi del benessere dei cuccioli di panda, dar loro da mangiare, coccolarli e portarli a spasso per il parco. Il tutto per un anno.

Scusatore a domicilio. Una professione che arriva direttamente dal Giappone, la patria delle buone maniere. È un professionista preparato per chiedere scusa, apparendo assolutamente convincente e sincero. Anche in questo caso il lavoro è ben retribuito: si può guadagnare anche 30 euro all’ora.

Spostatore di iceberg. Una professione storica, nata addirittura dopo l’incidente del Titanic nel lontano 1912 quando fu fondata la International Ice Patrol (IIP) che ha un obiettivo preciso: individuare la posizione degli iceberg e verificare che le varie rotte siano sicure. Nel caso non lo fossero, gli spostatori intervengono per allontanare l’iceberg.

 

 

Quanto conta la presenza online per trovare lavoro? Tre consigli per una corretta gestione

Avere una buona presenza online oggi è determinante anche nel lavoro. Sempre più spesso, infatti, i responsabili della selezione affiancano, a un attento esame del curriculum, anche una verifica di ciò che trapela dai profili virtuali e sui nuovi canali per trovare lavoro. Oggi, infatti, far carriera e trovare nuove opportunità di lavoro significa anche essere online e curare nei minimi dettagli tutti i profili social. Non dobbiamo però limitarci solo a LinkedIn, il social per eccellenza per il business. Sono molto importanti anche Facebook e Twitter.
E’ fondamentale, quindi, che non ci siano informazioni in contrasto con quanto riportato nel curriculum, ma soprattutto che non ci siano situazioni spiacevoli: una foto che inciti all’odio o alla discriminazione, ad esempio ma anche frasi o citazioni aggressive…

Voglio darvi tre semplici consigli per una corretta gestione e promozione della nostra immagine professionale online:

  • Attenzione alle foto pubblicate, in particolare quelle private che ci ritraggono in momenti di relax. In questo caso bisogna evitare di lasciare il proprio profilo social completamente aperto anche a chi non fa parte della nostra lista di amici e per il mondo lavorativo pubblicare foto professionali
  • Avere contenuti coerenti: se all’interno del nostro curriculum indichiamo una serie di informazioni, come banalmente possono essere passioni o hobby, è bene che in rete – e quindi su facebook, su twitter – compaiano le stesse informazioni
  • Per ultimo è importante connettersi con altri professionisti, ma non bisogna diventare degli stalker. Cerchiamo di mandare richieste mirate, ma non ossessive!
Come gestire al meglio i profili:

Linkedln:

  • Evidenziare le esperienze più importanti e, se possibile, raccogliere referenze per il proprio lavoro che possano sottolineare i risultati raggiunti e le competenze.
  • Aggiornare il proprio profilo costantemente e creare contenuti interessanti. Non meno importante, partecipare a discussioni all’interno dei gruppi.
  • Connettersi con altri professionisti: aiuta a mostrare la propria esperienza e le proprie passioni.

Facebook: 

 
  • Attenzione alle foto pubblicate
  • Aggiungere contatti lavorativi, solo se si vuole usare Facebook come un network professionale. In questo caso, ovviamente, occorre prestare la massima attenzione ai contenuti che vengono pubblicati.
  • Attenzione alla privacy: meglio evitare di lasciare il profilo completamente aperto anche a chi non fa parte della nostra lista di amici.
  • Contenuti: meglio privilegiare la qualità, piuttosto che la quantità.
  • Seguire aziende e partecipare a gruppi che riguardano il proprio ambito professionale. Questo può essere un modo per raccogliere informazioni (e non presentarsi impreparati a un eventuale colloquio) e farsi notare dagli head hunters.

Non mentite durante il colloquio, i selezionatori lo scoprono all’istante!

Durante un qualsiasi colloquio di lavoro, al candidato vengono posti diversi tipi di domande. Alcune di esse sono legate al curriculum, altre alle esperienze lavorative o accademiche, altre ancora alle aspettative di crescita professionale o economica, alla conoscenza delle lingue straniere e agli interessi personali.

È fondamentale essere il più trasparenti e sinceri possibile, anche perché per i selezionatori è abbastanza semplice scoprire, attraverso alcune domande di verifica, bugie o incongruenze.

E’ possibile che un candidato menta durante il colloquio, ma è una prassi assolutamente sconsigliata, soprattutto quando si affrontano le selezioni con gli intermediari. Quando ci si accorge che il candidato non è sincero, la valutazione peggiora drasticamente: se al candidato mancano alcune competenze, forse, è possibile chiudere un occhio, ma chi vorrebbe una persona disonesta nella sua azienda? Nessuno!

Ma quali sono le bugie più frequenti?

  1. Perché hai lasciato il precedente lavoro? È una delle domande più frequenti nei colloqui di selezione. Se è finito il contratto o si è stati licenziati, dire che si è scelto di lasciare la propria azienda non è la soluzione migliore. Dobbiamo ricordare che essere licenziati o non confermati/trasformati non ci rende necessariamente pessimi candidati. Un buon selezionatore, tra l’altro, sarà in grado di dare consigli su come comunicare questa informazione e dare comunque una buona immagine di sé e del proprio percorso professionale, indipendentemente da come è terminato il rapporto precedente.
  1. Ti interessa il ruolo di…? Può capitare che ad un candidato venga proposto un ruolo che, seppur in linea con le sue esperienze, non combaci perfettamente con le sue aspirazioni o con quanto vorrebbe fare. Ammettere che la posizione offerta non è quella dei propri sogni, spiegare il motivo e raccontare con chiarezza quali sono le proprie aspirazioni non è affatto una mancanza di rispetto, anzi. Meglio dirlo subito che in una fase avanzata.
  1. Quanto conosci il linguaggio o il programma…quanto conosci la lingua inglese? Mentire sulle proprie capacità ed esperienze non è mai saggio. Capita spesso che al candidato venga chiesto di fare una prova pratica e a quel punto si viene smascherati nel giro di 30 secondi. Meglio, quindi, non perdere tempo cercando di convincere il selezionatore che si sa usare in modo professionale un determinato software o si conosce perfettamente l’inglese. Così facendo, si prolungherà solo il periodo di ricerca del lavoro giusto: è inutile cercare di trasformare se stessi nel candidato ideale, molto più importante trovare il lavoro ideale per se stessi!
  1. Quanto guadagnavi e quali benefit avevi? Non c’è nulla di sbagliato nel voler cambiare lavoro anche per poter aumentare la propria retribuzione o per avere maggiori benefit. È invece sbagliato – e anche controproducente – mentire su stipendio o altri benefit perché, in molti casi, al candidato potrebbe essere chiesta una prova che le informazioni fornite siano veritiere: ad esempio, l’ultima busta paga, Il Cud dell’anno precedente o la lettera di assunzione e, anche in questi casi, la verità emergerà all’istante.

 

Pillole di CV – Presentarsi alle aziende quando non si è occupati

In questo periodo sono alla ricerca di un Temporary Finance Manager per cliente di EasyHunters. La parola Temporary indica chiaramente si tratta di posizione a tempo e quindi legata ad un singolo progetto o a un fabbisogno specifico.

È la classica posizione appetibile per chi non ha un lavoro stabile a tempo indeterminato o per chi è a casa. Nel corso della mia carriera ho trovato davvero pochi candidati Temporary per vocazione.

In questi casi, riceviamo curricula di persone che hanno disponibilità immediate e, soprattutto, una certa flessibilità. Ma c’è un grande problema: molti di questi curricula non sono aggiornati e non riportano alcune informazioni cruciali per il selezionatore.

Due elementi in particolare vanno messi in evidenza:

Datare di lavoro: spesso le persone non mettono la fine del contratto con l’ultimo datore di lavoro. Dando chiaramente l’impressione che stiano ancora lavorando per quella società. Scelta che ha rischi e opportunità. Il rischio maggiore è che se a leggere il cv è un recruiter giovane tenderà a scartare il profilo sulla base del principio che se uno ha un contratto a tempo indeterminato non ne accetterà una a tempo determinato. Un selezionatore più senior, invece, si chiederà come mai un profilo cosi ha risposto a un annuncio temporary. Questo comporterà una telefonata o una mail di approfondimento con evidente allungamento dei tempi.

Perché si tende a lasciare il vecchio datore come se fosse ancora quello attuale? Perché si ritiene che avere ancora un lavoro renda più facile la ricerca di uno nuovo. Qualche volta può essere vero, ma questa motivazione viene meno quando si risponde a un annuncio Temporary. In questo caso, infatti, l’immediata disponibilità a lavorare e la flessibilità nell’accettare un contratto a tempo determinato rappresentano elementi distintivi in positivo, che andrebbero messi in evidenza. Anche in un testo di accompagnamento al CV.

Tipologia di contratto: è importante specificare la tipologia di contratto – anche se a termine – la sua scadenza e il pacchetto retributivo. Le forme contrattuali possono essere molte, direttamente con le aziende o tramite agenzie per i lavoro, possono avere scadenze ravvicinate o più lontane nel tempo.

Indicare queste informazioni aiuta il selezionatore a capire anche come mai ci si candida e la base di riferimento contrattuale. Esempio tipo di CCNL , numero di mensilità, eventuali benefit. Questi dati aiutano anche a calibrare bene le esperienze avute e il ruolo ricoperto.

Qualche volta siamo i migliori commerciali di noi stessi, ma più spesso il nostro curriculum necessità di qualche revisione per renderlo più comprensibile a un lettore esterno.

Carriera Professionale? Dipendende dalla vostra employability

Come possiamo trovare la rotta giusta in questo mare agitato che è diventato il mondo del lavoro, dove ciascuno di noi ha dovuto, suo malgrado, imparare a navigare?

Per tenere la testa fuori dall’acqua, non bisogna aspettare di essere già sotto la cresta dell’onda per affrontare quella successiva.

Quando tutti gli indicatori tradizionali dei modelli economici incominciano ad indicare il rosso, è arrivato il momento di smettere di ragionare in termini di crisi e iniziare a ragionare sul cambiamento.

Molti cambiamenti profondi hanno già avuto luogo e la vita economica e sociale dei prossimi anni si annuncia estremamente instabile. Un vero e proprio mare in tempesta del mondo del lavoro che rischia di stravolgere tutto ciò che di standard conosciamo: i piani di carriera, la sicurezza, la gerarchia aziendale, la pensione….

Al centro di questo abisso nascerà un nuovo modello di azienda che genererà un mercato del lavoro ricompattato. I primi a capire e ad anticipare questa necessaria e salvatrice “business revolution” saranno i primi ad avvantaggiarsene. In questo nuovo e sfidante contesto bisognerà imparare ad agire quando tutti i segnali della nostra carriera saranno sul verde.

Per imparare a riconoscere il momento buono dobbiamo immaginare la vita professionale come una successione di cicli (esattamente come accade per i prodotti) e quindi imparare a posizionarci sopra queste curve: il segreto sta nell’iniziare una nuova curva prima di essere sulla fase discendente di quella precedente. Proprio come un’azienda che lancia un nuovo prodotto senza aspettare la fine di quello vecchio.

I cambiamenti e le evoluzioni devono intervenire nella fase A e non nella fase Bcome invece siamo abituati a pensare. Mi rendo conto che questo atteggiamento porta inevitabilmente a rimettersi spesso in discussione e so anche che non è mai facile. Rimane però – ne sono convinta – uno dei metodi migliori e più efficaci per garantire lacontinuità del proprio lavoro e l’evoluzione delle proprie competenze che, se sufficientemente avanzati, sono richieste quasi in ogni azienda.

Man mano che il nostro profilo evolve, è necessario ampliare il nostro sapere e abbandonare le attività obsolete.

Bisogna investire su se stessi per proteggere la carriera a lungo termine. Ricordatevi che il merito e le competenze saranno sempre più riconosciuti – e apprezzati – del titolo.

È indispensabile un vero e proprio cambiamento di approccio: nelle aziende tradizionali, ad esempio, veniva detto al dipendente quando era arrivato il momento di riciclarsi. Oggi spetta al singolo lavoratore capire quando – e come – è arrivato il momento di farlo e, soprattutto, di individuare i mezzi e le leve necessarie per valorizzare se stesso e la sua attività.

Questo implica non solo una formazione costante ma anche una buona conoscenza del mercato del lavoro e delle nuove opportunità create dalla tecnologia (i cosiddetti lavori digital).

Conviene allora mettere in piedi una specie di controllo della propriaimpiegabilità: bisogna seguire l’evolversi del proprio settore di appartenenza, capire se il mercato sta crescendo o è in contrazione, valutare le proprie aspettative e autoformarsi in modo costante durante tutta la vita professionale.

Bisogna sviluppare la propria rete di contatti e di attività parallele: l’attività lavorativa da dipendente garantisce la stabilità, ma l’attività di autoformazione contribuisce ad aumentare le possibilità di restare attivi fino all’ultimo, così come le attività di beneficenza aumentano la possibilità di accrescere il proprio networkpersonale anche fuori dal lavoro.

«Il perfezionamento di se stessi è la base fondamentale di tutti i progressi».

Confucius

Fonte: Inspirato da  «  les 7 secrets de ceux qui ne sont jamais au chômage » de Charles-Henri Dumon

8 consigli per una vita professionale di successo

Le 8 buone abitudini che vi garantiranno un vita professionale di successo

La maggior parte di noi passa più di 2000 ore in ufficio ogni anno. Questo significa che, ci piaccia o meno, trascorriamo una buona parte della nostra vita al lavoro, se non addirittura la maggior parte.

Se non siamo più soddisfatti di quello che facciamo o stiamo tentando di cercare un nuovo ambiente lavorativo, possiamo mettere in pratica questi otto consigli che ci aiuteranno ad avere il lavoro ideale

1 – Conoscere molto bene gli obiettivi di carriera:

Dovete essere certi di essere chiari con voi stessi sugli obiettivi professionali che volete raggiungere. Dichiarateli a voce alta. Scriveteli in modo chiaro e puntuale e appendeteli in un posto dove sia facile visualizzarli quotidianamente.

2- Gestire il vostro tempo:

Quando lavorate pianificate i vostri tempi. Evitate quello che non è necessario e che impedisce il raggiungimento dei vostri obiettivi. Se siete alla ricerca di un lavoro dovete prendere molto seriamente l’organizzazione dei tempi. Quanto tempo dedicate alla preparazione dei colloqui di lavoro, di persona o telefonici? Quanto tempo realmente dedicate alla ricerca di un lavoro? Pianificare correttamente l’agenda e l’utilizzo del tempo vi stimolerà e vi aiuterà ad essere più produttivi.

3 – Controllate che il vostro profilo “online”:

Cresce sempre di più il numero di selezionatori che utilizza i social per ricercare i propri talenti. Provate anche voi a fare questo esercizio: cercate sui motori di ricerca il vostro nome e verificate che il vostro profilo sia aggiornato e che non escano cose strane. 

4 – Siate flessibili:

I selezionatori cercano sempre talenti che si adattino allo “spirito della casa” . Le persone che accettano facilmente i cambiamenti sono spesso quelle che hanno uno sviluppo professionale più rapido e che salgono più velocemente i gradini della carriera.

5 – Arrivate 30 minuti prima:

Potete arrivare al lavoro giusto in tempo, senza perdere un minuto. Ma eccovi una buona abitudine da adottare: arrivate in ufficio 30 minuti prima per avere il tempo di pianificare i vostri appuntamenti e mettere nell’ordine giusto le attività da fare.Vi renderete rapidamente conto che le vostre giornate saranno più fluide e i vostri colleghi – e i vostri capi – potrebbero apprezzare la vostra organizzazione e capacità di anticipare gli impegni.

6 – Pensate a fare “networking”:

Anche se avete già un buon lavoro, non smettete mai di fare “networking” sia con i vostri colleghi , sia con i vostri amici, sia con le persone che frequentate per motivi professionali. Molte opportunità emergono più velocemente attraverso il passa parola rispetto ai normali canali di ricerca di occupazione. E’ un consiglio spesso ripetuto a tutti i dirigenti che si trovano a fare outplacement, ma che è valido per chiunque! 

7 – Prendete ispirazione dai vostri manager:

Non sbaglierete mai nel cercare il parere/consiglio di qualcuno che ha più esperienza di voi nel vostro settore. Potersi appoggiare – e farsi consigliare – a un manager esperto ha un valore inestimabile. Non si può re-inventare la ruota, ma può essere molto utile scoprire come qualcuno prima di voi ha affrontato situazioni complesse e che soluzioni ha adottato.

8- Non si finisce mai:

Non c’è mai una fine perfetta in una carriera, perché ci sarà sempre uno spazio per migliorare o apprendere qualcosa di nuovo. Una carriera non è una meta, ma un cammino pieno di opportunità professionali. Non smettere mai di imparare è una qualità che permette di aprirsi verso nuovi progetti e arricchire il proprio percorso in modo dinamico. 

Fonte : Inc- Article de Rhett Power : 10 Habits That Will Ensure Career Success

COLLOQUIO LAVORO – Come rispondere alla domanda “Qual è il suo difetto?”

Vi è mai capitato? Siete chiusi in una saletta, l‘incontro con il selezionatore è andato bene e siete abbastanza certi di aver fatto una buona impressione. Ma proprio nel momento in cui siete certi di averlo ammaliato, il selezionatore vi pone a tradimento la seguente domanda: “quale è il suo principale difetto?” .

Vi siete preparati a casa per fornire una risposta accettabile, ma – siamo sinceri – chiunque avrebbe preferito non doverlo fare. Effettivamente è una domanda che viene posta spesso per valutare sia la capacità di reazione del candidato, sia la propria autovalutazione.

Noi selezionatori ascoltiamo quasi sempre le stesse risposte: “sono un perfezionista” oppure “lavoro tanto” o “sono molto testardo“. Io vi consiglio di evitare di dare queste risposte, perché dimostrano che non avete riflettuto molto sulla risposta.

Vi propongo, allora, 4 strategie per rispondere in modo più efficace a questa domanda insidiosa e qualche esempio di ciò che forse è meglio non dire:

  • 1   Parlare di difetti senza collegarli alla posizione per cui vi siete candidati

Io suggerisco di menzionare i difetti che potrebbero avere un impatto minore sulla posizione che andrete a ricoprire. Questo dimostrerà che non siete perfetti, ma soprattutto che questo non andrà ad impattare sul lavoro.

  • 2   Evitare Generalizzazioni

Dovete assolutamente provare ad evitare qualsiasi tipo di generalizzazione. Ad esempio, dire solamente “sono un testardo” non basta, anzi rischia di essere controproducente. E’ preferibile, invece, trovare degli esempi concreti e positivi, in modo che la vostra forza di volontà – e non la vostra testardaggine che può essere negativa – vi ha permesso di superare le difficoltà incontrate o di raggiungere gli obiettivi prefissasti.

Dovete – in altre parole – dimostrare che non è un difetto costante, ma che si presenta solo in determinate situazioni.

  • 3  Ricondurre la conversazione sulle competenze richieste per la posizione.

Potete provare ad eludere la domanda dando una risposta più generica del tipo “tutti abbiamo delle qualità e dei difetti”, salvo poi  iniziare a spiegare quali sono le vostre qualità che meglio si adattano al posto di lavoro proposto.

Se vi mancano delle competenze per la posizione potete utilizzare il suggerimento di Bernard Marr, esperto francese di management, che consiglia di dire: “questa nuova posizione andrà a sviluppare delle nuove competenze come X, che fino ad ora non ho avuto l’opportunità a pieno di mettere a frutto nel mio lavoro. Imparo rapidamente e potrò concentrarmi sullo sviluppo di tutte le competenze richieste”.

Ma fate attenzione: se evitate la domanda il selezionatore potrebbe riproporvela.

  • 4 Parlate di difetti che avete superato o migliorato

Potrebbe essere utile non raccontare i difetti attuali, ma parlare piuttosto della vostra capacità a identificare i vostri difetti e come avete fatto per superarli o per migliorare certi tratti del vostro carattere.

Avete fatto dei corsi di formazione per sviluppare una competenza specifica? Avete cercato consigli di un mentor, di colleghi  o di un manager con maggiore esperienza? Avete semplicemente fatto uno sforzo per cancellare questo difetto? Raccontate al selezionatore cosa avete fatto e che risultati avete raggiunto.

  • 5 Evitate di elencare i seguenti difetti:

Abbiamo già detto dei soliti “sono un perfezionista” o “sono uno/a che lavora tanto” di seguito alcuni difetti che vi consiglio di non dire mai durante un colloquio di lavoro:

«non ho uno spirito di squadra»

« Non accetto facilmente le critiche»

«Di solito non prendo l’iniziativa o  faccio fatica a  lavorare in maniera indipendente»

E voi avete qualche consiglio da aggiungere sulla base della vostra esperienza?

 

Parzialmente inspirato da Business Insider UK, Jacquelyn Smith, 5 mars 2016

Motivazione sul lavoro? Meglio parlare di coinvolgimento

Sono sempre di più i manager che mi contattano per essere aiutati a capire quanto siano motivati i loro dipendenti

Io – in realtà – preferisco parlare di coinvolgimento e non di motivazione. Ma non si tratta di una semplice questione linguistica: è molto importante, infatti, sapere quale è il grado di coinvolgimento nelle varie attività quotidiane in ufficio. 

Tolti i casi estremi, ciascuno di noi avrà un grado di coinvolgimento differente nellvarie fasi della giornata lavorativa: è normale che ci siano momenti in cui siamo più coinvolti e altri in cui lo siamo molto meno. E molto del nostro grado di coinvolgimento dipenderà dall’obiettivo che vogliamo raggiungere mettendo in atto un determinato comportamento.

Bisogni e obiettivi. Nel parlare di obiettivi non possiamo non fare un passaggio obbligato sui bisogni che dobbiamo soddisfare. Senza scomodare Maslow e i suoi derivati, possiamo semplificare dicendo che abbiamo i bisogni del corpo, delle relazione e quelli della mente. Ed è proprio la mente che sta al centro di tutto. 

Facciamo un esempio concreto: ai miei studenti, durante una lezione, ho chiesto in quale attività sportiva si sentissero più coinvolti. Due dei miei talenti mi hanno risposto “quando gioco a calcio”. Visto lo scarso coinvolgimento del resto dei presenti, entrambi hanno manifestato una certa insofferenza. 

A questo punto alzato leggermente il tiro chiedendo, invece, quale fosse l’obiettivo per cui giocavano a calcio. Il primo mi ha risposto per divertirmi e per stare con gli altri, il secondo per la forma fisica. 

Due obiettivi ben diversi che si concretizzano in comportamenti diversi: se giochiamo a calcio per mantenerci in forma, prediligeremo l’attività aerobica e correremo su e giù per il campo per massimizzare l’esercizio. Nel secondo caso, invece, non ci concentreremo sul massimo sforzo possibile, ma cercheremo di divertirci il più possibile con gli altri. Due comportamenti diversi, dicevamo. Nessuno dei quali, però, può avere un basso grado di coinvolgimento. 

A cosa mi è servito questo esercizio? Semplice: ho dimostrato che lo stesso grado di coinvolgimento può portare ad obiettivi molto diversi tra loro. 

Da un punto di vista aziendale il grado di coinvolgimento delle persone andrebbe sondato molto ben, soprattutto quando abbiamo dei dubbi. Perché il rischio è di valutare gli altri con il nostro metodo di giudizio che non è detto sia quello del nostro interlocutore.

se avete tempo guardate questo video Motivazione